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1929. Il viaggio del bimbo Marino alla scoperta del mare.

Si era trovato un nascondiglio tra le casse delle galline e le valigie di cartone tenute insieme con lo spago dei contadini stagionali, sul tetto della corriera sgangherata e in quel posto scomodo, tra la polvere della strada bianca e un vola vola di piume e di becchime, aveva misurato i lunghissimi cento chilometri che correvano tra lui e il mare.
Marino il mare non lo aveva visto mai, ma sapeva che il suo nome la madre glielo aveva dato, oltre che per i suoi occhi verde marino, apposta per quel viaggio, perché doveva conoscere il mare, lui ragazzetto di montagna che sapeva solo di boschi, di nidi di uccelli e di conigli selvatici e aveva per orizzonte il cerchio stretto delle alture selvagge che circondavano il paesello.
Ma quando attorno non ebbe più che pianura, sempre più piatta, e alberi mai visti, alti nel tronco e con un gran cappello verde da cui arrivava un cicaleccio fitto fitto, capì che il mare non doveva essere più così lontano.
Qualcuno si era sporto da un finestrino sotto di lui e indicava la striscia azzurra dell'orizzonte, non nitida, anzi sfumata nella bruma tanto da confondersi con i campi di grano sterminati, oppressi dalla calura.
Solo allora il bimbo sollevò il capo ricciuto e nero, che lo aveva designato, unico moro in una famiglia di biondi, come figlio della madonna nera della montagna, e per un attimo sbirciò in quella direzione, incerto, timoroso, e subito si ritrasse nel suo nido tra le casse mentre il cuore gli batteva forte in balia di un'emozione inusitata.
Ma la curiosità vinse l'istante di smarrimento, e lui non era tipo da farsi impressionare da qualcosa, fosse pure il mare. Si sedette, per quanto gli era consentito dal suo scomodo osservatorio, e aggrappato alle masserizie, con il vento caldo e polveroso che gli schiaffeggiava la pelle cotta dal sole, facendogli strizzare gli occhi in due fessure brillanti, infine si risolse a guardare.
Ora il mare non era più una linea confusa tra cielo e terra, ma una distesa di colore e intensità propria, che si muoveva, lievemente increspata dalla brezza, schiumando di orli incerti la terra sabbiosa.
Era dunque questo il mare: pianura d'acqua in continuo movimento, miraggio che nasceva alla fine di una terra arida di stoppie.
Marino si chiese come avrebbe potuto sfidare il mare, lui così abituato ad avere i piedi piantati tra le zolle dure, rocciose, le gambe graffiate dai rovi, le mani indurite dal bastone con cui riportava nel gregge la mucca riottosa, o incitava il mulo con la groppa piena di fascine, tra le greppie scoscese.
Infine la corriera si fermò.
Si scese davanti al municipio di una borgata di pescatori, non diverso da quello del suo paese. Stesso stile, da poco inaugurato con gran frastuono dal governo. Anche lì c'era la guardia municipale, che grondava sudore dentro la divisa pesante, inadatta a quel giorno di giugno inoltrato. E si grattava il capo sotto il berretto. Marino si chiese se non avesse i pidocchi anche lui. La nonna tutte le sere svolgeva il compito di ispezionare le teste di grandi e piccini, e frizionava i capelli con il petrolio. Un'operazione che lasciava il suo segno, costituito da un odore infernale che si protraeva per molti giorni, ma raggiungeva l'indubbio risultato di sterminare i malcapitati insetti.
Ora erano tutti scesi dalla corriera e si guardavano intorno spaesati, cercando con gli occhi chi doveva portarli nei campi di raccolta della frutta e chi alla mietitura.
Marino sgattaiolò con l'agilità di uno scoiattolo tra le casse che, ferme sotto il sole, mandavano un olezzo insopportabile. Altra aria quella del suo paese, si disse, anche l'odore più forte di letame e di animali non si attacca, spazzato via dal vento di tramontana e dal profumo di muschio e di fiori degli alpeggi.
Non si poteva rimanere sulla piazza rovente dove la polvere secca riduceva uomini e cose a statue di sale.
E allora corse lontano, fuori dal paese, in direzione dell'immenso pieno d'acqua azzurra che aveva intravisto e gli prometteva ristoro. La strada sembrava non finire mai, e attorno la terra era sempre più brulla, finché Marino non avvertì sotto i piedi una cedevolezza, un morbidore finissimo che inceppava la sua corsa pazza. Bisognava togliere le scarpe. Non era un gran male, poiché erano malconce e scomode.
Sua madre prima della partenza lo aveva trattenuto sulla soglia, e guardandolo in basso aveva scosso il capo. Aveva ai piedi le polacchine quasi nuove che suo fratello maggiore gli aveva passato, gli crescevano i piedi a una velocità tale che non riusciva a consumarle, le scarpe, e per Marino era una vera fortuna. Ma non bisognava sprecarle, tanto più che al mare non avrebbe saputo che farsene. Con rammarico Marino si era visto rimettere le sue vecchie scarpe, tanto strette, che per tenerle ai piedi si era dovuto tagliarne un pezzetto proprio sulla punta, ed ora l'alluce sbucava in modo irriverente facendolo vergognare non poco.
Ma quel giorno gli altri bambini del paese non si sarebbero azzardati a fare commenti, perché lui andava in viaggio, uomo tra gli uomini. Cosa importava se i suoi alluci tralignavano irridenti, puntati all'insù?
Si liberò con gesto impaziente delle scarpe e le involtolò in una pezzuola che portava al collo. Si disse che sua madre ne sapeva di cose, e anche in quell'occasione aveva avuto ragione.
La sabbia fine mandava un calore intenso che dai piedi saliva per le gambe magre e

muscolose che parevano due rami di castagno, indebolendole un poco.
Così doveva essersi sentito San Francesco quando camminava sul fuoco per convincere i pagani alla fede, nelle lontane terre del nord Africa.
Ma il ragazzetto della montagna non era un santo e imprecava tra sé, chiedendo subito dopo perdono al paradiso. Cristo, come doveva penare un montanaro per vedere il mare! Eppure il nonno Carlo, il saggio inventore del paese, aveva dovuto vederne di mondo per diventare quello che era, e il mare non solo lo aveva visto, ma lo aveva anche attraversato ed era arrivato fino in Argentina, per salutare i suoi figli maggiori, che erano emigrati là ed erano diventati ricchi con il bestiame.
Un premio c'è sempre per una fatica, questo era il suo motto, e anche che la felicità si annuncia con il dolore.
A furia di correre Marino ci finì quasi in bocca, al mare, seguendo a testa bassa l'umidore fresco e bagnato che ad un tratto aveva sostituito la polvere infuocata.
Ah, che delizia la carezza dell'acqua, che a tutta prima gli sembrò gelata, ed era solo tiepida, e le piccole onde spumose sui suoi piedi, il vellicare dei sassolini dalle forme più strane sotto le piante, conchiglie si chiamano, ricordò l'insegnamento del maestro, e prese a raccoglierle e pulirle. Le avrebbe portate in classe, come testimonianza del suo viaggio al mare.
A scuola ci andava di tanto in tanto, più per fare visita al maestro che per istruirsi; a casa serviva il suo lavoro con le bestie e nei campi, ora che la madre aveva aperto una trattoria in fondo alla valle per gli operai che costruivano la strada ferrata, e il padre era in Germania a fare il capomastro.
Però le lezioni sulla fauna e la flora marine, parolone che avevano eccitato la sua fantasia tanto da tornare al suo banco per tre giorni di seguito, le rammentava bene.
Si chinò per raccogliere una conchiglia grande quanto una delle sue mani, e un'onda più forte lo bagnò dalla testa ai piedi facendolo arretrare d'un balzo, come dopo uno schiaffo.
Con aria torva e risentita guardò il mare, non tutto, solo l'orlo spumoso che si infrangeva sulla battigia, a pochi metri da lui. Dovevano essere nemici?
Senza abbattersi ritentò il contatto, questa volta stando ben diritto, e subito avvertì uno smottamento sotto il pelo dell'acqua, che lo portava in basso.
Ah mare traditore! Dunque non era piatto sotto come sopra, dunque la sua placida superficie, il rumore leggero degli spruzzi salati attorno a lui, erano un inganno. Un invito a inabissarsi.
Ma io non ci casco, io sono della montagna, si disse, e fuggirò da te, mi aggrapperò all'ultimo ramo della quercia più alta, là dove tu non sarai che una fugace visione, il male di un pomeriggio trascorso tra polvere e galline sul tetto di una corriera che prendeva tutte le buche.
Nonostante questi pensieri risentiti il bambino non volle andarsene, solo arretrare ancora un poco e osservare. In fondo era stato lui a sbagliare.
Anche in chiesa, o in casa d'altri, non si arriva mica correndo, se non si vuole una tirata d'orecchi, o peggio, essere messi alla porta.
Quel mare lo avvertiva di stare tranquillo, di essere più cauto nei gesti e oculato nelle intenzioni. Ancora non si conoscevano.
Quando il sole non fu più che una striscia tra il violetto e l'arancio alle spalle della pianura e uno spicchio di luna si disegnò nell'azzurro trasparente del cielo che sovrastava l'indaco della distesa d'acqua, Marino avvertì uno sciogliersi dei nervi e dei muscoli, che per tutto il tempo erano stati tesi nello sforzo di tenere a bada il mondo nuovo che lo circondava, e le emozioni che aveva provato. La sera aveva sempre un effetto benefico su di lui, era il balsamo del raccoglimento e del riposo in cui i contorni delle cose, sfumando nel nulla, perdevano quel qualcosa di eccitante e misterioso, e restituivano alla fantasia e al sogno lo spazio perduto durante il giorno.
Il bambino si distese, gambe e braccia aperte, incurante del tempo che passava, dei fratelli maggiori che lo stavano per certo cercando e quando lo avessero trovato gliele avrebbero date di santa ragione.
In quella posizione era come se volesse accogliere dentro di sé in un unico abbraccio l'immensa volta del cielo che stava oscurandosi. Sotto il suo corpo la sabbia tratteneva un piacevole tepore ed era un letto perfetto, assai più del suo giaciglio di foglie di granturco. Lo sciabordio dolce dell'acqua sulla rena era la ninna nanna che sua madre cantava ogni sera all'ultimo nato, appena un sussurro per non destare gli altri cuccioli, già addormentati.
E all'improvviso un pulsare più forte nell'angolo interno dell'occhio, un fiotto salato come il mare scivolò giù, tracciando una linea d'argento su ognuna delle guance e andando a perdersi in piccole gocce sulla sabbia.
Marino tirò su col naso per scacciare le lacrime e con la punta della lingua ne raccolse qualcuna che si era attardata ai lati delle labbra. Il mare era anche dentro di lui, e dire che non lo aveva mai sospettato.
Pago della sua scoperta si addormentò, con il capo raccolto nella nicchia del braccio e il corpo affondato nella cedevole terra.


Daniela Faccenda

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