PMagazine

Burani: equilibrio matematico ed entropia naturale.
Come ha sempre amato sottolineare il suo modo di fare design è a 360°, con il suo impegno nella moda, ma anche nel mondo del design più filologicamente inteso.

Chi arriva al design per una strada trasversale, come la mia, non può dare nulla per scontato.

Un vocabolario figurativo estremamente ricco: pulizia geometrica contaminata da accenti animalier, in un perfetto equilibrio fra ordine matematico ed entropia naturale. Questi alcuni degli elementi che caratterizzano lo stile di Cristiano Burani, affermato e innovativo designer della moda. Come ha sempre amato sottolineare il suo modo di fare design è a 360°, con il suo impegno nella moda, ma anche nel mondo del design più filologicamente inteso. Possiamo dire che, come sembrerebbe dimostrare anche il suo curriculum vitae, l’eclettismo faccia parte del suo modo di essere? Io non vorrei creare dei falsi miti, ma ho avuto la fortuna di lavorare molti anni con titolari importanti quali Donatella Versace e Anna Molinari che mi hanno dato la possibilità di conoscere e imparare il know out di questa professione. Chi arriva al design per una strada trasversale, come la mia, non può dare nulla per scontato. Il metodo è importante e il metodo deriva solo dallo studio. Quando creo una collezione spazio a 360°, cercando di vedere ogni elemento che influenza la realtà e il nostro modo di vivere. Io porto tutto questo, tutto quello che ci circonda, nelle mie collezioni, perché qualsiasi cosa è collegata. Il nostro lavoro non è quello di pensare “solo” ai vestiti, ma dobbiamo considerare il life style in generale, senza creare barriere, fra un settore e l’altro.  Viaggiare è una parte del suo modo di vivere, sia per formazione, sia per lavoro lei è da sempre stato diviso fra l’Emilia e il mondo, quanto tutto ciò ha influito e influisce su suo iter creativo? Per me la dimensione del viaggio è fondamentale. Gli italiani hanno la tendenza a essere troppo regionali. Aver avuto una grande tradizione è stata una grande forza, ma allo stesso ci ha tenuto un po’ fermi. Il nostro vissuto, così importante, a volte ci fa mantenere un atteggiamento di marginalità. Per me il viaggio è una tappa fondamentale: vivere i suoni, i rumori, i profumi di un posto è importantissimo. Il rapporto diretto con il luogo sviluppa anche il nostro libero arbitrio. Sono tornato adesso da venti giorni negli Stati Uniti, da dove mancavo da sei mesi, e in questo lasso di tempo, già tutto è cambiato: per me è fondamentale vedere i negozi, i locali, le architetture, perché attraverso lo sguardo abbiamo il primo contatto con il mondo. Nel mio lavoro io amo essere preciso: tutto deve essere curato, accattivante per una consumatrice che è sempre più aggiornata ed esigente.

Non possiamo essere chiusi in una sfera di cristallo, e come creatori dobbiamo sempre metterci in discussione e rapportarci con il mondo e le sue richieste.  Nella nostra professione ogni tre mesi dobbiamo partire da zero e pensare a cosa le persone potrebbero avere bisogno nella stagione che andiamo a preparare, è un lavoro continuo di confronto con la realtà e con la società, non solo italiana, ma globale. Chiedersi perché stanno succedendo certe cose per farle nostre e per contribuire al life style con il nostro lavoro è d’obbligo. La sua ultima collezione trae spunto da quello che lei stesso ha definito l’“Enigma Escher”. Ce ne vuole parlare. È stata una scoperta, mi sono innamorato di una realtà che non conoscevo: ho trovato l’arte di Escher estremamente attuale, l’uso dei moduli, i giochi visivi, la ripetizione delle forme e questo continuo interrogarsi su una realtà che non è mai certa. Il gioco di contrasti è molto presente nei suoi capi e si esprime non solo nelle dinamiche visive, ma anche nella scelta dei materiali. Una ricerca che sembra avere radici nella tradizione per spingersi nel futuro, fino quasi a sfiorare l’high tech. Per me la qualità della materia prima e la manifattura (naturalmente Made in Italy), sono importantissimi. Parlo direttamente con i produttori di tessuto e inoltre amo partire da materiali non creati per la moda, ma che io riutilizzo adattandoli alle mie esigenze. Da questa prospettiva sono nati capi come la felpa in poliammide abbinata alla decorazione con Swarovski, o capi in pelle a cui ho accoppiato elementi di neoprene.  Ai materiali – seta, cavallino, il cachemire lavorato a rilievo – abbino inoltre anche tagli inusuali, per creare effetti inconsueti e dare vita ad abiti che possano essere paragonati ad architetture. Nell’ultima sfilata grazie all’inserto di un materiale tradizionalissimo come la crinolina, ho potuto dare sostanza scultorea anche a tessuti dalla natura più inerte. Tutto questo però senza dimenticare che un abito deve comunque esaltare il corpo femminile. Prima di salutarci ci vuole lasciare qualche anticipazione sui suoi progetti futuri Sono stato contento dell’immagine che è scaturita della scorsa sfilata e continuerò a lavorare sul versante tecnologico e alla ricerca della purezza di forme unita con materiali innovativi, dando vita a creazioni che siano allo stesso tempo assolutamente portabile e adatte alla nostra realtà odierna.

Scritto da Ilaria Rossi