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La notte di Halloween

“Passeggio per le strade di New York godendomi appieno il grigiore che accompagna quest’ultimo giorno di ottobre.”

Questa volta non mi vedrete con una valigia in mano, né con una guida da consultare per trovare luoghi nascosti e conoscere nuove civiltà. Rimango a New York per narrarvi le vicende della più temibile e terribile notte dell’anno. La sera del 31 ottobre è magica ma, non si parla della magia correlata a piccole fatine o polveri dorate, bensì di una notte buia nella quale il vento fischia e ti sussurra nelle orecchie una sinfonia inquietante. Tutta la città e i suoi cittadini si preparano alla serata già dal primo pomeriggio. C’è chi indossa abiti da strega dai colori tetri, macchiati di qualcosa che a prima vista sembra sangue vero; chi si infila maschere da zombie per spaventare passanti e bambini; chi si traveste da mummia confezionandosi il proprio vestito da solo, talmente ben fatto da essere degno di un film di Hollywood. Le strade sono piene di zucche gigantesche, alcune arancioni, altre nere e, infine, quelle più piccole bianco latte.

Prima di andare ad acquistare il mio vestito per l’occasione, mi reco al Dylan’s Candy Bar, un delizioso punto vendita di dolcetti, da lasciare ai bambini davanti alla porta di casa dentro un cestino di vimini a forma di zucca.

Passeggio per le strade di New York godendomi appieno il grigiore che accompagna quest’ultimo giorno di ottobre. Il cielo si scurisce mentre mi dirigo verso Central Park. I suoi alberi, nella parte di Cherry Hill, portano un manto giallo dalle sfumature arancioni che rendono quel luogo perfetto per l’occasione. Sul Low Bridge, un sentiero di zucche mi guida verso un’installazione di boe piatte che galleggiano sull’acqua del lago; un leggero barlume esce da occhi e bocche di ogni zucca, intagliate da mani esperte. L’atmosfera è perfetta. Persa nei meandri del parco addobbato mi rendo conto, forse troppo tardi, che devo ancora prepararmi.

L’ora successiva esco di casa indossando il mio magnifico vestito fatto a mano. La gonna di tulle nera che sfuma verso l’arancio e, costellata di polvere argentata nella parte superiore, è il pezzo forte del mio outfit. Per quanto riguarda il trucco, farò da cavia a qualche truccatore tra la Sixth Avenue e Canal Street, dove ogni anno si tiene la più emozionante sfilata di costumi della città, la Village Halloween Parade, un grande evento nel quale danzatori, artisti e bande sono vestiti nella maniera più orripilante e spaventosa di sempre, sfoggiando orgogliosamente i propri abiti. Per la strada trovo un chioschetto che sforna cupcake a tema: da quelli con sopra i cappelli da strega, ad altri con dita e fantasmi ricreati con la pasta di zucchero e colorante alimentare. Mi siedo un momento per degustare il mio sobrio pasticcino arancione con crema al burro e granella al “nero di tomba”. È doveroso, a questo punto, che io vi racconti la leggenda celata dietro questa festività e, in particolare, dietro alle zucche intagliate.

Si narra che Jack, un fabbro irlandese avaro e ubriacone, una notte incontrò il diavolo in un bar. A causa della sua vita dissoluta, la sua anima sarebbe comunque finita in mano a lui. Con la sua apparente astuzia, Jack vendette la sua anima al diavolo per un’altra bevuta. Il diavolo si trasformò in una moneta e Jack, invece che spenderla, la mise nel suo borsello vicino ad una croce d’argento, cosicché non potesse più trasformarsi.

Il diavolo, per riottenere la sua libertà, gli promise che non avrebbe preso la sua anima nei successivi dieci anni. Jack accettò e lo liberò. Trascorsi dieci anni il diavolo si ripresentò ma, prima di cedergli la sua anima Jack riuscì a truffarlo nuovamente. Alla sua morte, a causa degli innumerevoli peccati, Jack venne respinto dal paradiso e, avendo fatto un patto con il diavolo che gli negava la dannazione eterna, fu respinto anche dall’inferno.

Il diavolo così ebbe la sua rivincita. Jack sarebbe stato costretto a trascorrere l’eternità come un’anima tormentata senza meta. Per fargli illuminare la via, il diavolo gli lanciò un tizzone ardente. Jack lo mise dentro una rapa scavata che aveva con sé per farlo durare più a lungo. Da qui il nome Jack O’Lantern.

Da quel momento Jack gira senza tregua alla ricerca di un luogo in cui riposarsi. Gli abitanti di ogni paese, in questa notte, appendono una lanterna fuori dalla porta per indicare all’infelice anima che la casa non è posto per lui.

Gli irlandesi, per una carestia nel XIX secolo, fuggirono nel territorio americano dove non vi trovarono rape abbastanza grandi da essere intagliate. Al contrario la zona abbondava di zucche, molto più grosse e facili da lavorare; e queste agli irlandesi sembrarono un valido sostituto.

Ora che la parata si è spinta oltre, decido di chiamare un taxi per farmi portare al Blood Manor alla 359 Broadway. Mentre il tassista guida sereno per le strade secondarie della città, mi viene in mente di essermi dimenticata di appendere la mia lanterna fuori dalla porta di casa. Forse stanotte avrò visite inaspettate?

Cerco di non preoccuparmene mentre le sospensioni del taxi iniziano a gemere e scricchiolare per i continui solchi sull’asfalto deteriorato. Dai vetri dell’auto non si vede nulla, nemmeno il giallo sfavillante della sua carrozzeria. Tutto è avvolto da un silenzio di tomba e dalla densa nebbia bianca. Un’ululato mi fa sobbalzare più di quanto non lo facciano le buche. Inizio a vedere il profilo dell’edificio e all’ingresso noto una fila di persone che si trascinano al suo interno. Scendo dal taxi; l’umidità, la nebbia e una tiepida brezza mi fanno venire la pelle d’oca. Come tutti gli anni, la visita al Blood Manor non può mancare, e sono curiosa di sapere che cosa si siano inventati quest’anno.

Quasi un’ora dopo esco dal palazzo. Sono sincera nel dire che gli attori hanno colpito nel segno. Non credo però che sia una meta adatta ai deboli di cuore dato che, ad ogni angolo, uno zombie, o un fantasma è pronto a terrorizzare chiunque passi da lì.

È notte fonda e decido di tornare a casa. Salgo i gradini che mi dividono dalla porta di entrata e, noto con piacere che i dolcetti nel cestino sono finiti. Come pensavo, mi sono dimenticata della lanterna, ma mi convinco che oramai non ha più importanza e, sperando di passare una notte tranquilla, inizio a pensare alle parole giuste per redigere il mio articolo.

Joan Grey