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Francesco Guerrieri un universo in continua e infinita trasformazione

Quattro secoli or sono Blaise Pascal scrisse: “La natura è una sfera infinita il cui centro sta dappertutto e la cui circonferenza in nessun luogo”. Questo pensiero ancora oggi inconfutabile è presente e fermenta nella mia mente fin dalla giovinezza rendendomi consapevole che orizzonti e punti di vista nella “prospettiva” sono invenzioni della nostra mente visiva utili per percepire e ritrarre delimitate realtà circostanti, ma non la vera realtà incommensurabile dell’Universo. Inoltre dobbiamo considerare che noi esistiamo in un Universo infinito in moto continuo in un tempo infinito. In questo inarrestabile divenire cosmico non è quindi concepibile uno spazio infinito senza un tempo infinito. Da questo pensiero scaturisce per me l’esigenza di concepire l’opera come frammento o frazione di una continuità spazio-temporale infinita. La successione degli elementi modulari è di per sé uno svolgimento nella dimensione temporale, mentre il loro disporsi nello spazio-quadro segue linee prospettiche in direzione o direzioni virtualmente verso l’infinito. Inoltre il “quadro” possiede strutturalmente una potenziale espansione come ideale continuazione, al di là dei limiti del proprio supporto, nello spazio-ambiente circostante, inserendosi in quella continuità spazio-temporale infinita. L’arte del passato aveva come finalità principale la rappresentazione di figure umane, paesaggi, vedute oppure illustrazione di eventi religiosi o festosi o bellici. L’arte contemporanea, quella autentica, non si preoccupa più di rappresentare figurativamente realtà, ma vuole comunicare visivamente idee, pensieri, emozioni e sentimenti del nostro presente. Scriveva Borges nel Libro di sabbia che l’opera d’arte è nel presente, nel momento in cui è percepita, contemplata, conosciuta, afferrandone significati che appartengono al presente. Sia proiettato verso il passato, sia proiettato verso il futuro, il presente succede al presente. E in questo nostro presente l’uomo non è più al centro del mondo e tanto meno di questo misterioso Universo infinito. Agli inizi degli anni ’60 in me e in molti artisti della mia generazione, che intendevano superare il soggettivismo espressionistico dell’informale allora ancora imperante, maturò fortemente l’esigenza di concepire il “quadro” non più come opera conclusa nei limiti della tela dipinta intesa a rappresentare una delimitata realtà esteriore o interiore, ma come frazione di una continuità spazio-temporale infinita e, come fase di un processo operativo continuo, anche sotto il profilo della ricerca o della sperimentazione. Conseguentemente raggiunsi presto la consapevolezza che l’opera non deve obbligatoriamente rappresentare ma significare con le proprie strutture segniche o cromatiche o materiche, come ebbi a teorizzare qualche anno dopo durante il ciclo di mostre Strutture significanti (1965 – 1966), sviluppando quanto già contenuto nella dichiarazione di poetica dello Sperimentale p.(1963) in cui si affermava che finalità della ricerca era la realizzazione della comunicazione costituendo visivamente un linguaggio intersoggettivo. Fin dal 1962, dopo le ribollenti esperienze informali polimateriche, iniziai a inserire sulla tela bianca sequenze di moduli strutturali metallici alternate a fasce monocrome per poi dipingere in alternanza bande rosse e nere (con eventuale sovrapposizione seriale di fili di nylon) con un ritmo potenzialmente infinito. Ogni quadro diveniva così frammento di una continuità virtuale oltre i limiti contingenti del telaio. Coerentemente i titoli sono Ritmo oppure Continuità. C’è sempre una componente musicale nelle successioni modulari continue e ancora più evidentemente nelle successive opere intitolate Ritmo oppure Ritmostruttura dal 1963 al 1968 tutte rigorosamente programmate e spesso con effetti ottico-cinetici. Negli anni successivi nelle mie opere realizzai molte variazioni ritmiche e strutturali, sempre in una continuità spazio-temporale, finché nell’estate del 1968 io e Lia Drei entrammo nel pieno della contestazione globale,partecipando ad Azioni in piazza e ad happenings con installazioni di strutture lignee policrome spostabili

anche con la partecipazione del pubblico (Un modo di farsi l’arte insieme all’artista) sia nelle piazze che in gallerie. Gli elementi compositivi del “quadro” si erano materializzati in tre dimensioni posizionandosi come sculture precarie negli spazi aperti al pubblico. Nello stesso periodo fino al 1971 oltre alle strutture in legno eseguivo alcuni dipinti (Orientamenti) con linee prospetticamente orientate verso un orizzonte infinito e una serie di collages con carte plastificate che in qualche modo preludevano al Quadro – Luce dei successivi anni. Il bianco è stato sempre presente come luce alternante nella successione delle fasce colorate oppure in alcuni casi di voluta ambiguità percettiva come figura positiva che emerge otticamente in alternanza alle zone di segni o forme colorate . In alcuni quadri del 1967 avevo iniziato a sostituire i colori rosso e nero con due toni di giallo. Dal 1972 iniziai la serie del Quadro Luce in cui usavo esclusivamente i due toni di giallo in alternanza col bianco assoluto. Scrivevo io stesso (Arte e Società, n. 10, Roma, 1973): “ll bianco assurge ad apparenza del negativo, emergenza positiva del vuoto, del contrario, ambiguità del positivo …. I gialli realizzano l’apparenza del positivo, ma inducono alla percezione della propria negatività lasciando spazio all’emergere del bianco/vuoto come forma positiva….”. Anche queste opere, quindi, sono frammenti, parti di uno spazio-luce potenzialmente infinito. Tanto più che i segni gialli tenderanno nelle opere successive a collocarsi ai margini del telaio con l’intento di irradiarsi nell’ambiente circostante fino a quando nel 1977-78 realizzai, eliminando la tela, installazioni di grandi telai vuoti (quadrati di altezza fino a 3 metri) collocati prospetticamente in una sala del Palazzo delle Esposizioni e in altre sale espositive a Roma e a Bologna. L’anno successivo già avvertivo l’esigenza di tornare alla pittura, ma pensai di applicare la tela dietro il telaio invece che sul davanti. Iniziai così la serie che intitolai Interno d’Artista con una prima mostra nel dicembre 1979 a Spazio Alternativo. In queste opere, sviluppando analoghe intuizioni che avevo avuto negli anni ’60, erano dipinte sale espositive dove ai due lati si susseguivano “quadri” o comunque varie pitture in una successione prospettica potenzialmente infinita. Il connubio spazio/tempo all’infinito dopo l’esperienza della Metapittura (in cui prevaleva il fattore tempo/infinito, passato nel presente e viceversa) assurge a nuova vita nel nuovo ciclo Interno d’Artista degli anni 2000. Qui tutti gli elementi dipinti in successione temporale convergono verso un orizzonte infinito oppure verso un’espansione virtualmente infinita, anche quando, in opere più recenti dipinte solamente su tela, non ineriscono più ai supporti tipici di Interno d’Artista. Essenziali forme geometriche e linee rette o curvilinee conferiscono al bianco assoluto l’alternanza di apparire fondo o figura ma sempre in direzione infinito. Ora dall’alto del monte con veduta panoramica sui miei ottantadue anni di vita mi domando se questa brama di infinito non dipenda dalla consapevolezza che nessuna filosofia o religione ci può spiegare perché questo Universo è in continua infinita trasformazione e perché tutti noi esseri viventi di questo mondo, vegetali o animali, siamo mortali. Ricordo sempre quando, ottanta anni or sono, su una spiaggia bianca del mar Jonio all’alba aprii gli occhi e mi persi estasiato nell’azzurro infinito di cielo e mare. Non avrei potuto certo immaginare che quell’orizzonte luminoso non sarebbe stato eterno. Trascorsa l’infanzia, scoprii presto che solo le nostre opere, le nostre creazioni, potevano durare nel tempo e in particolare le opere d’arte. A quattordici anni iniziai a scrivere poesie, a disegnare e successivamente a dipingere. Una diecina di anni dopo fare Arte divenne la mia ragione di vita. Ora, dopo più di mezzo secolo di molteplici peregrinazioni artistiche, il mio viaggio nello spazio e nel tempo è più libero e prosegue all’infinito per molteplici vie verso la luce.

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