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	<title>N15 - Viaggiando con PMagazine Archivi - PMagazine - La Trilogia del Design</title>
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	<title>N15 - Viaggiando con PMagazine Archivi - PMagazine - La Trilogia del Design</title>
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		<title>Halloween e la Grande Mela</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Andrioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Nov 2018 21:58:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[N.24 - Articolo PM]]></category>
		<category><![CDATA[N15 - Viaggiando con PMagazine]]></category>
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				<div class="et_pb_text_inner"><h3><em>“Passeggio per le strade di New York godendomi appieno il grigiore che accompagna quest’ultimo giorno di ottobre.” </em></h3></div>
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<div class='one_half'>
					Questa volta non mi vedrete con una valigia in mano, né con una guida da consultare per trovare luoghi nascosti e conoscere nuove civiltà. Rimango a New York per narrarvi le vicende della più temibile e terribile notte dell’anno. La sera del 31 ottobre è magica ma, non si parla della magia correlata a piccole fatine o polveri dorate, bensì di una notte buia nella quale il vento fischia e ti sussurra nelle orecchie una sinfonia inquietante. Tutta la città e i suoi cittadini si preparano alla serata già dal primo pomeriggio. C’è chi indossa abiti da strega dai colori tetri, macchiati di qualcosa che a prima vista sembra sangue vero; chi si infila maschere da zombie per spaventare passanti e bambini; chi si traveste da mummia confezionandosi il proprio vestito da solo, talmente ben fatto da essere degno di un film di Hollywood. Le strade sono piene di zucche gigantesche, alcune arancioni, altre nere e, infine, quelle più piccole bianco latte.</p>
<p>Prima di andare ad acquistare il mio vestito per l’occasione, mi reco al Dylan’s Candy Bar, un delizioso punto vendita di dolcetti, da lasciare ai bambini davanti alla porta di casa dentro un cestino di vimini a forma di zucca.</p>
<p>Passeggio per le strade di New York godendomi appieno il grigiore che accompagna quest’ultimo giorno di ottobre. Il cielo si scurisce mentre mi dirigo verso Central Park. I suoi alberi, nella parte di Cherry Hill, portano un manto giallo dalle sfumature arancioni che rendono quel luogo perfetto per l’occasione. Sul Low Bridge, un sentiero di zucche mi guida verso un’installazione di boe piatte che galleggiano sull’acqua del lago; un leggero barlume esce da occhi e bocche di ogni zucca, intagliate da mani esperte. L’atmosfera è perfetta. Persa nei meandri del parco addobbato mi rendo conto, forse troppo tardi, che devo ancora prepararmi.</p>
<p>L&#8217;ora successiva esco di casa indossando il mio magnifico vestito fatto a mano. La gonna di tulle nera che sfuma verso l’arancio e, costellata di polvere argentata nella parte superiore, è il pezzo forte del mio outfit. Per quanto riguarda il trucco, farò da cavia a qualche truccatore tra la Sixth Avenue e Canal Street, dove ogni anno si tiene la più emozionante sfilata di costumi della città, la Village Halloween Parade, un grande evento nel quale danzatori, artisti e bande sono vestiti nella maniera più orripilante e spaventosa di sempre, sfoggiando orgogliosamente i propri abiti. Per la strada trovo un chioschetto che sforna cupcake a tema: da quelli con sopra i cappelli da strega, ad altri con dita e fantasmi ricreati con la pasta di zucchero e colorante alimentare. Mi siedo un momento per degustare il mio sobrio pasticcino arancione con crema al burro e granella al “nero di tomba”. È doveroso, a questo punto, che io vi racconti la leggenda celata dietro questa festività e, in particolare, dietro alle zucche intagliate.</p>
<p><em>Si narra che Jack, un fabbro irlandese avaro e ubriacone, una notte incontrò il diavolo in un bar. A causa della sua vita dissoluta, la sua anima sarebbe comunque finita in mano a lui. Con la sua apparente astuzia, Jack vendette la sua anima al diavolo per un’altra bevuta. Il diavolo si trasformò in una moneta e Jack, invece che spenderla, la mise nel suo borsello vicino ad una croce d’argento, cosicché non potesse più trasformarsi.</em>
				</div><div class='one_half et_column_last'>
					<em>Il diavolo, per riottenere la sua libertà, gli promise che non avrebbe preso la sua anima nei successivi dieci anni. Jack accettò e lo liberò. Trascorsi dieci anni il diavolo si ripresentò ma, prima di cedergli la sua anima Jack riuscì a truffarlo nuovamente. Alla sua morte, a causa degli innumerevoli peccati, Jack venne respinto dal paradiso e, avendo fatto un patto con il diavolo che gli negava la dannazione eterna, fu respinto anche dall’inferno. </em></p>
<p><em>Il diavolo così ebbe la sua rivincita. Jack sarebbe stato costretto a trascorrere l’eternità come un’anima tormentata senza meta. Per fargli illuminare la via, il diavolo gli lanciò un tizzone ardente. Jack lo mise dentro una rapa scavata che aveva con sé per farlo durare più a lungo. Da qui il nome Jack O’Lantern. </em></p>
<p><em>Da quel momento Jack gira senza tregua alla ricerca di un luogo in cui riposarsi. Gli abitanti di ogni paese, in questa notte, appendono una lanterna fuori dalla porta per indicare all’infelice anima che la casa non è posto per lui. </em></p>
<p>Gli irlandesi, per una carestia nel XIX secolo, fuggirono nel territorio americano dove non vi trovarono rape abbastanza grandi da essere intagliate. Al contrario la zona abbondava di zucche, molto più grosse e facili da lavorare; e queste agli irlandesi sembrarono un valido sostituto.</p>
<p>Ora che la parata si è spinta oltre, decido di chiamare un taxi per farmi portare al Blood Manor alla 359 Broadway. Mentre il tassista guida sereno per le strade secondarie della città, mi viene in mente di essermi dimenticata di appendere la mia lanterna fuori dalla porta di casa. Forse stanotte avrò visite inaspettate?</p>
<p>Cerco di non preoccuparmene mentre le sospensioni del taxi iniziano a gemere e scricchiolare per i continui solchi sull’asfalto deteriorato. Dai vetri dell’auto non si vede nulla, nemmeno il giallo sfavillante della sua carrozzeria. Tutto è avvolto da un silenzio di tomba e dalla densa nebbia bianca. Un&#8217;ululato mi fa sobbalzare più di quanto non lo facciano le buche. Inizio a vedere il profilo dell&#8217;edificio e all&#8217;ingresso noto una fila di persone che si trascinano al suo interno. Scendo dal taxi; l’umidità, la nebbia e una tiepida brezza mi fanno venire la pelle d’oca. Come tutti gli anni, la visita al Blood Manor non può mancare, e sono curiosa di sapere che cosa si siano inventati quest’anno.</p>
<p>Quasi un’ora dopo esco dal palazzo. Sono sincera nel dire che gli attori hanno colpito nel segno. Non credo però che sia una meta adatta ai deboli di cuore dato che, ad ogni angolo, uno zombie, o un fantasma è pronto a terrorizzare chiunque passi da lì.</p>
<p>È notte fonda e decido di tornare a casa. Salgo i gradini che mi dividono dalla porta di entrata e, noto con piacere che i dolcetti nel cestino sono finiti. Come pensavo, mi sono dimenticata della lanterna, ma mi convinco che oramai non ha più importanza e, sperando di passare una notte tranquilla, inizio a pensare alle parole giuste per redigere il mio articolo.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Joan Grey</em></p>
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		<title>I ritmi della Toscana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Andrioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Nov 2018 21:55:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[N15 - Viaggiando con PMagazine]]></category>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Immaginate un piccolo paese, inerpicato su  una collina della Val d&#8217;Orcia, che ad agosto era ancora tutta verdeggiante per via delle copiose piogge di luglio. Un paese bellissimo e vero, con le sue porte medievali che si aprono sulle mura di cinta,  il suo centro storico perfettamente restaurato, le botteghe d&#8217;arte e di articoli turistici, belli anche quelli perché fatti artigianalmente o almeno scelti con gusto, e qualche zona periferica in cui la smania di costruire degli anni &#8217;60 e &#8217;70 ha lasciato il suo marchio di discontinuità estetica, se vogliamo benevolmente definirla.</p>
<p>Dove finisce il paese inizia una strada bianca, che si addentra per molti chilometri tra le vigne e gli uliveti, le forre boscose e i campi di avena e grano. Sulla sinistra, in lontananza il monte Amiata potente e sicuro si staglia nitido nel cielo privo di nubi. A destra è un orizzonte ampio di splendide colline digradanti verso la Maremma e il mare. Sui crinali antichi manieri e vecchi casolari, sempre gli aristocratici filari di cipressi secolari.</p>
<p>Di tanto in tanto lungo la strada si incontra una fattoria di contadini, il più delle volte trasformata in agriturismo.</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Una sera di temporale, e qui i temporali sono davvero spaventosi, vedi accumularsi minacciose le nubi e tirare il vento e scoppiare i fulmini con un fragore che si espande nello spazio senza trovare ostacoli. L&#8217;acquazzone che arriva poi è infinitamente più mite di tutto quel rumore che l&#8217;ha preceduto.</p>
<p>Una sera di temporale dunque un cerbiatto terrorizzato è uscito dal bosco e ci si è parato davanti mentre faticosamente arrancavamo sulla nostra auto, spaventati quanto lui. Poi si è dileguato. La presenza di daini e cerbiatti, di cinghiali e istrici, di falchi e di centinaia e centinaia di rondini e passerotti, di picchi e tanti altri uccellini di cui non conosco il nome, dai piumaggi colorati e dalle belle creste azzurre ci ha accompagnato nel nostro villeggiare in questa terra incredibilmente vergine, se si considera che dista pochi chilometri dai centri turistici e dalle vie di comunicazione più battute.</p>
<p>Per non trascurare le sorgenti di calda acqua sulfurea, disseminate nei boschetti e poco conosciute, e i campi di lavanda e gelsomini. Tutti i sensi attivati e nutriti da questa terra generosa.</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Bagno Vignoni con la sua storica piscina termale al posto della piazza del paese e i suoi resort di alto livello sono a pochi chilometri e si possono raggiungere a piedi con una deviazione della stessa strada bianca che ci ha condotti alla nostra destinazione.</p>
<p>I ritmi antichi della villeggiatura si sono impossessati di noi nell&#8217;arco di poche ore. Il borgo in cui alloggiavamo, composto di sette case di sasso indipendenti, non offriva altro che natura, silenzio, e una bella piscina di acqua “ghiaccia”, come si dice da queste parti. Niente televisore, in compenso il collegamento wifi per non sentirsi completamente tagliati fuori dal mondo. Sole e nuotate la mattina, letture pomeridiane e briscola, dama, scacchi, forza quattro o qualsiasi altro gioco di società la sera. Di uscite mondane non se ne parlava neppure, per via della tremenda strada bianca piena di buche che era già complicato affrontare di giorno, figuriamoci nel buio più totale.</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>In Val d&#8217;Orcia, ma credo in tutta la Toscana, le strade bianche assolvono alla funzione di proteggere il territorio, di mantenere l&#8217;integrità della natura e dei borghi antichi. E lo fanno egregiamente, poiché ti costringono a rallentare il passo, a osservare meglio e ponderare gli spostamenti. Da turisti si diventa villeggianti, con i ritmi della villeggiatura d&#8217;altri tempi, quando la vacanza era costituita dall&#8217;uscire di città e recarsi in qualche paesetto di campagna o di montagna a respirare aria buona, bere il latte delle mucche e fare lunghe passeggiate.</p>
<p>Unica distrazione la sagra paesana con la pista da ballo, le bancarelle dei canditi, dello zucchero filato e del croccante, le donne anziane che cucinavano per tutti i piatti della tradizione contadina. Quando andava bene arrivava un piccolo luna park, che con gli autoscontri diventava il centro di attrazione principale.</p>
<p>La villeggiatura ha le sue radici nella tradizione della Roma antica, in cui l&#8217;“otium”, vita contemplativa e nutrimento culturale dello spirito, si contrapponeva al “negotium”, impegno quotidiano nella vita politica attiva. La saggezza di quella civiltà riteneva l&#8217;otium importante come luogo privilegiato di osservazione distaccata della realtà, spazio di ascolto interiore, in cui ritemprarsi e far germogliare nuove idee, stimolate dalla lettura dei grandi pensatori e dei poeti, perché senza una visione del mondo era chiaro che non si poteva costruire nessun futuro.</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Nel Rinascimento, a Venezia si inventa il termine villeggiatura, come continuazione ideale dell&#8217;otium dei Romani, in cui coltivare la bellezza, l&#8217;arte e il silenzio nel contatto con la natura, nella villa, che è il fuori città, la campagna.</p>
<p>Il grande successo attuale degli agriturismi nasce forse dallo stesso bisogno di discontinuità con i ritmi quotidiani e di recupero del contatto con la natura.</p>
<p>Nel nostro angolo di verde paradiso abbiamo visto le case riempirsi e svuotarsi  di turisti provenienti da tutte le parti del mondo, nonostante la collocazione scomoda ed economicamente non conveniente rispetto agli alberghi e ai bed and breakfast dei paesi e delle città d&#8217;arte vicine.</p>
<p>Quindi erano in cerca di qualcosa di diverso, antico e modernissimo: vivere nell&#8217;autenticità dei ritmi naturali, abbassare il tono, o il frastuono delle parole e lasciar parlare gli elementi nel loro linguaggio universale. Vedere i colori, sentire gli odori, farsi cullare dal vento, scaldare dal sole o sferzare dalla pioggia per ritrovarsi nel contatto concreto con le cose.</p></div>
			</div><div class="et_pb_module et_pb_image et_pb_image_6 img_intext">
				
				
				
				
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Aprire le finestre al mattino e salutare Montalcino che in cima alla sua collina usciva dalla nebbia a poco a poco, vedere il gregge delle pecore che si avviava al pascolo incalzato e contenuto dai cani da pastore, sentire il profumo del fieno tagliato, mentre i grappoli nel vigneto, sempre più dorati, costituivano una dolce preda per fitti stormi di passerotti e di rondini golosi che vi si buttavano a capofitto tutti insieme dai fili su cui fino a un attimo prima avevano riposato.</p>
<p>Dalla colazione alla cena tutto avveniva con calma, inevitabilmente. E ogni fase della giornata aveva il suo colore e il suo odore unico, i gesti da compiere e le cose da fare o non fare.</p>
<p>E le ore rotolavano via senza fatica e turbamenti, ben riempite dalla meraviglia di essere immersi nella curata bellezza del luogo.</p>
<p>Il ritorno ci ha colto bruscamente quando, ormai alle porte della nostra città, abbiamo fatto tappa in un ristorante per il pranzo. Due megatelevisori ai lati opposti del locale ci bombardavano delle stesse notizie che ci eravamo lasciati alle spalle dieci giorni prima, con le stesse parole, e gli stessi toni allarmati e allarmanti, come se il tempo, nel frattempo si fosse cristallizzato.</p>
<p>Il desiderio di tornare sui nostri passi e voltare le spalle al vuoto assordante e inutile che ci si preannunciava è stato forte.</p>
<p>Ma più forte è stata la responsabilità di testimoniare che nel nostro paese, insieme a mille contraddizioni e problemi, esistono la bellezza, l&#8217;armonia, la semplicità, l&#8217;operosità e l&#8217;intelligenza che hanno disegnato con mani da artista interi territori, dove ancora si può vivere una vita vera e soddisfacente. E la risposta alle contraddizioni e ai problemi è ancora e sempre lì.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Daniela Faccenda</em></p></div>
			</div>
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			</div>
				
				
			</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.pmagazine.it/villeggiatura-ecologia-della-mente/">I ritmi della Toscana</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.pmagazine.it">PMagazine - La Trilogia del Design</a>.</p>
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		<title>Viaggiando con un click</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Andrioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Nov 2018 21:04:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[N15 - Viaggiando con PMagazine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Era digitale, era virtuale; sono le parole chiave che identificano la nostra società...</p>
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				<div class="et_pb_text_inner"><h3><em>“Google maps ci consente di viaggiare direttamente dalle nostre case e dal posto di lavoro.” </em></h3></div>
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					<p>Era digitale, era virtuale; sono le parole chiave che identificano la nostra società, sempre più online, sempre più connessa.C&#8217;è chi si connette per lavoro, chi per studio e chi per diletto, ma il risultato è lo stesso.Avete mai dovuto prenotare un viaggio? Sicuramente sì. Molti di noi, prima di partire e visitare una determinata città, spesso l&#8217;hanno già vista, non nella realtà ma virtualmente.Tutto questo è possibile con google maps, che ci consente di viaggiare direttamente dalle nostre case e dal posto di lavoro. Un secondo prima siamo intenti a lavorare sulle scrivanie delle nostre città e un secondo dopo possiamo trovarci a Londra, passeggiando virtualmente per vedere la nostra futura meta. Questo modo di spostarci, senza realmente farlo, può essere utile per non perdersi nelle grandi metropoli. Avrete bisogno di una farmacia o di un panificio nelle vicinanze del vostro hotel? Sicuramente saprete già dove sono e, quando sarete nella città da voi prescelta, non vi perderete
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					di certo nel cercarli.Questa realtà però non è sempre aggiornata in tempo reale, quindi può capitare che andando a cercare quel fatidico negozio da voi già conosciuto, non ci sia più. Ecco, queste sono le incombenze della società moderna, i negozi chiudono o traslocano velocemente dalla realtà fisica a quella online con la vendita diretta a casa. Ma state certi che, se la vostra passeggiata online vi sarà piaciuta, sicuramente la città prescelta vi vedrà presto tra le sue vie, intenti nel fare shopping e selfie da postare sui social.</p>
<p>Questo nuovo modo di viaggiare ha fatto si che, noi tutti, possiamo conoscere posti lontani e farli nostri, prima di visitarli; non ci sentiremo quindi perduti all&#8217;atterraggio dell&#8217;aereo ma, sarà come tornare in un posto già visitato o come addirittura a casa!</p>
<p style="text-align: right;"><em>Nicolò Andrioli</em>
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